Mangiato abbiamo mangiato. Certamente di più di quello che avremmo dovuto, ma alcune cose un po assurde vanno dette.

Eravamo partiti con l’idea che il cibo in Alaska fosse carissimo e mangiare al ristorante praticamente inarrivabile. É vero solo in parte. Un piatto medio in un ristorante medio costa circa 30-40 dollari, ma é un piatto completo a cui non ti serve aggiungere altro. Una birra di un birrificio locale costa intorno ai 7-8 euro (poi lascia perdere che é mediamente poco buona per i miei gusti teutonici…).

Il pesce più caro é certamente l’halibut che da pesce da mensa scolastica qui diventa un divo assoluto: fritto (eccezionale quello mangiato a Talkeetna), con una panatura al basilico, con glassa semi-orientale, fallo come ti pare, é sempre saporito, sodo e buonissimo.

Anche il salmone é molto buono, anche se non mi ha fatto dire wow! Il salmone é salmone e quello affumicato quasi non si trova e quando c’è, ha un costo più basso di quello fresco.

La cultura del fritto comunque é sempiterna: alla fiera di Palmer friggevano gli Oreo, per dire.

Il king crab é in assoluto il piatto più top. Viene venduto a libbre (2 o 4) a un prezzo che cambia in base al mercato (intorno ai 100-120 dollari a libbra, che corrisponde a tre zampe più o meno). Viene servito con un burro chiarificato e delle patate arrosto, tanto non ti serve altro.

Io non l’ho mangiato perché sono allergica, ma chi l’ha mangiato l’ha definito “eccezionale” a più riprese.

Praticamente a ogni angolo c’è qualcuno che fa del fish and chips ed é tutto mediamente buono.

Ovunque c’è il menù bambini (e questo é imparagonabile rispetto all’Italia) che di solito comprende un antipasto di verdurine, un piatto principale a scelta (immancabili le Fettuccine Alfredo), un dessert (tipo gelato) e una bibita.

L’acqua é inesistente al ristorante. Quando arrivi ti danno una bottiglia di acqua del rubinetto ma se per caso volessi fare un gesto pazzo e prendere dell’acqua minerale gassata, non é più un tema di costo: semplicemente non c’è. Non siamo stati in nessun ristorante in cui servissero acqua gasata. Al primo giro al supermercato non ce la siamo sentiti di comprare acqua San Pellegrino a 8 dollari a lattina da 33 cl, al secondo giro ci siamo concessi sei bottigliette di Perrier (con un prezzo al litro più conveniente) che abbiamo bevuto prima ancora di poter pronunciare correttamente grandes bubbles.

Abbiamo acquistato latte di mucca a galloni e uova a dozzine, perché meno non era possibile. Anche il riso era disponibile in pratiche confezioni da 22 kg. Al Walmart di Anchorage c’è l’area bush pilot dove vanno i piloti a fare la spesa per poi portarla nelle zone remote.

La quantità di dolci confezionati disponibili supera di gran lunga ogni immaginazione. Esiste anche la pasta di biscotto cruda, da mangiare cruda, come se te la stessi leccando dalla ciotola. Con buona pace di Iginio Massari.

Gli autogrill sono un mondo a parte bellissimo. Ci puoi trovare di tutto: dal caffè, alle fascine di legna, ai pantaloni da pesca, fino a 1000 tipi di energy drink. C’è la carne secca di salmone e anche quella di renna. Latti aromatizzati a tutto, caramelle mou (il fudge é il dolce tipico di Seward) e ogni cosa necessaria per il campeggio.

Fare il fuoco é quasi un dovere quando arrivi al campeggio. Anche le piazzole senza acqua e elettricità hanno il loro braciere e negli autogrill e nei negozietti vendono polvere per colorare il fuoco e marshmellow come se piovesse.

La zona frutta e verdura (a Anchorage e nei centri più grandi) é grande e molto ben fornita. La frutta é senza dubbio migliore di molta frutta che si compra da noi al supermercato. Uva, melone e susine obiettivamente buonissime.

Il prezzo della spesa, senza aver comprato cose particolarmente esotiche e comprendendo una discreta quantità di birra, non mi é sembrato tanto più alto che da noi.

In generale, non posso dire di aver mangiato male, ma sono un po stufa di tutto quell’untone generico che caratterizza il 99% dei piatti qui.